A che serve la scuola?!
Sara, tredicenne di Milano, ha scelto per il primo compito d’Italiano, all’inizio dell’anno scolastico, di scrivere una lettera ai suoi professori <Carissimi, ho pensato di scrivervi all’inizio di quest’anno scolastico e spero abbiate un minuto per leggere questa lettera tra le tante carte in cui siete immersi e le numerosissime riunioni, programmazioni, aggiornamenti, progetti. Vi scrivo come scriverei ad un amico – non vi offenderete per questo – ma spesso la cattedra crea barriere quasi invalicabili e io mi faccio sempre più piccola dietro un banco già troppo piccolo. Lo so che non potete e non dovete essere degli “amiconi”, ma nemmeno degli estranei o degli esattori. Ritorno a scuola dopo un’estate serena, con la voglia di rivedere i miei compagni e, perché no, anche voi. Mi auguro che lo stesso valga per voi, che il pensiero che ricominci la scuola non sia un peso, che non vi annoi il fatto di avere davanti degli alunni non sempre all’altezza della situazione o un po’ esuberanti o magari con qualche problema irrisolto in famiglia. Sì la famiglia, quella che mi piacerebbe trovare in classe almeno per quanto riguarda lo stile, che credo si chiami familiarità, nel mondo di discutere, di stare insieme, di organizzare i vari momenti, di scherzare, di studiare, ecc. Non vi chiedo di essere mamma, papà, nonno, fratello, cugino, ma almeno di considerarmi una persona con i propri limiti e ricchezze, capacità e debolezze. Inoltre mi domando pure che senso abbiano tante nozioni, molteplici datazioni, grandi teoremi imparati a memoria, quando poi, se mi permetto di esprimere la mia opinione su qualcosa, mi sento rispondere che il programma non lo prevede o che sono troppo giovane. Ma come faccio a crescere se non c’è nessuno che mi dia la possibilità e correggermi senza mettermi in ridicolo davanti agli altri, senza rimandare a domani qualcosa che potrei apprendere subito solo perché la campana ha suonato? A volte in classe mi sento sola anche in mezzo ai compagni, la mia identità è confusa, mi sento un numero di un elenco, che vive appena l’emozione o la paura di essere chiamata quando si apre il registro. Eppure mi basterebbe poco, una parola, un sorriso, una pacca sulla spalla, un incoraggiamento, un “sta serena”, un “vali più di un voto”>. Non sappiamo se Sara abbia avuto una risposta, noi vogliamo credere che ne abbia avuta una attenta, stimolante, coinvolgente; anche se non fosse, ciò che conta è aver posta la domanda giusta, per aver deciso di sul serio a scuola e nello studio, aver lanciato la palla!
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