Geppetto..una lacrima divina..
Non si direbbe, ma, sotto la parrucca giallo pannocchia di Geppetto, è figurato il Creatore. Un signore tenero e provvidente, persino un po’ impacciato, che va in cerca proprio di quel pezzo di legno e di nessun altro. Il suo disegno prevede di trarne un essere vivo e intelligente che lo possa riconoscere. E, fin dall’inizio, è disposto a perderci tutto il tempo e la fatica necessari a che le sue leggi e la libertà delle creature trovino armonia.
Geppetto è come il vignaiolo della parabola del fico sterile. Intento a coltivare, sempre, la vita. E’ la raffigurazione della pazienza di Dio, che si manifesta fin dalla creazione. Un aspetto della divinità che, spesso, non viene colto. E’ più comodo marginare il momento del sorgere dell’esistenza come un evento grandioso. Quasi un effetto speciale con cui il Padreterno intende imporsi sul nulla. E, invece, solo l’essere di Dio è grandioso. Tutto il resto è suo umile riflesso. Barbaglio di una vita troppo bella per restare sola. La pazienza e l’amore divini: a nient’altro è dovuto il manifestarsi del creato. E pazienza e amore sono umili. Tenaci nel celarsi per il bene dell’altro. Incuranti dell’apparenza che può persino essere derisa dalle loro creature. <Polendina>: è così che Pinocchio, appena abbozzato nella mente di Geppetto, apostrofa suo padre. E non è strano che il povero falegname sia presto costretto a pentirsi di aver pensato di creare un burattino. Come Dio nel racconto della Genesi, si trova a che fare con l’umanità. Eppure, amore e pazienza non vengono mai meno. Geppetto il creatore ha intrapreso la strada del dono e non ha spazio per i ripensamenti. Dono dice gratuità: e, più ancora, dice perseveranza e consapevolezza del dolore.
<Birba d’un figliolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male! - E si riasciugò una lacrima. >
A questo punto, volente o nolente, il massone Collodi ha compiuto il passo decisivo e delicato nel mistero di Dio e del suo rapporto paterno con l’uomo. La delicatezza sta tutta in quel verbo ottocentesco appiccicato alla lacrima: se la rasciugò. Pare di vederlo il povero Geppetto, passarsi il dorso della mano sulla guancia e cancellare per la prima volta un dolore destinato a tornare. Al massimo Collodi basta una frase di cinque parole appena per dire una delle più grandi verità elaborate da Tommaso d’Aquino: Dio è relazione. Non è il motore immobile, algido e altero, di Aristotele. E non è neppure il Signore rarefatto e distaccato, disposto a farsi conoscere solo dai puri spiriti, della gnosi vecchia e nuova. E’, invece, l’Essere disposto a sporcarsi con la materia più grezza. Consapevole che, una volta messa al mondo, quella materia chiederà la sua presenza continua. Fino alla morte in croce di suo Figlio: il puro spirito inchiodato a quanto di più materiale ributtante si posso immaginare. Ma sta proprio qui la grandezza dell’Eterno. Nell’avere trasfigurato ciò che poteva essere soltanto materia bruta. Se la gnosi immagina che la bellezza abiti solo nello spirito, il cristianesimo insegna che tutto quanto esiste è degno del Creatore. Persino uno strumento di morte come il legno della croce. Anzi proprio quel patibolo diventa il vertice dell’eleganza e della raffinatezza e impegna per secoli e millenni il genio e l’arte. Capace di attrarre e comporre i contrari, l’alto e il basso, il grande e il piccolo, il sacro e il profano, laddove la gnosi riesce a comprendere uno solo dei due estremi. Certo, la gnosi ha buon gioco e ragione da vendere quando si misura col pensiero maleodorante della massa. Trivialità e ignoranza non hanno mai giustificazione. Fruttano pregiudizio e insipienza, come nel caso di coloro che giustificano Pinocchio appena fuggito dalla casa del padre. Tutti presi a dare man forte al burattino senza neppure farsene una ragione. Gentaglia che non vede più in là della propria pancia. Bigotti disposti a scappellarsi appena sentono parlare di anima senza sapere che, per gli uomini dello spirito, quell’anima è quasi carne. E’ ben altro ciò che salva. Non il parlare a vuoto di cose spirituali, che è peggio del bestemmiare Dio. E’, piuttosto, il sapersi immagine del Creatore. Sapere che, come nella vita di Dio, anche nel destino dell’uomo convivono il dolore e la bellezza del rasciugarsi una lacrima.
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